Infomaker o Infoperformer? Le nuove figure del giornalismo 2.0

Infomaker o Infoperformer? Le nuove figure del giornalismo 2.0

di Marta Donolo

Oggi si parla sempre più spesso di cultural blogger o information designer, figure professionali che emergono da multi piattaforme digitali in grado di filtrare contenuti di diversa qualità. La lettura della complessità dell’informazione riguarda infatti nuove forme di capitale informativo il cui valore immateriale si forma all’interno di processi evolutivi delle domande culturali. Le tecnologie rappresentano quindi una conseguenza e non una causa di questa complessità, in quanto cambiano  i mezzi di riproduzione e non i mutamenti sociali in atto. Diventa dunque necessario un nuovo modo di raccontare la società in quanto l’offerta di informazioni prodotte è superiore alla domanda di contenuti richiesti. Il dominio degli algoritmi digitali contribuisce inoltre a creare centri di potere planetari che monopolizzano e mercificano l’informazione e che andrebbero controllati e negoziati. Rischiano infatti di avallare il passaggio dalla figura di infomaker, ovvero di colui che produce informazione, all’ infoperformer, ovvero una figura che ripete contenuti altrui.

Il potere della comunicazione digitale deriva dal fatto che, a differenza dellonpaper, l’online consente la temporalità della ricezione e una vastissima diffusione legata al mezzo utilizzato, come tablet, ebook, smartphone, ormai di uso comune. Il ruolo dell’approfondimento delle tematiche è complementare ed è lasciato alla carta stampata. Tuttavia, anche grazie all’editoria indipendente, stanno cambiando le abitudini di consumo e i modelli di business; gli editor riorganizzano i processi produttivi e distributivi e si trasformano in piattaforme di marketing per gli autori; ai contenuti digitali viene riconosciuta attendibilità e alto contenuto tecnologico, come per la crossmedialità o il self-publishing, mentre emergono nuove prassi di creazione narrativa come per la transmedialità o lo storytelling. La distribuzione delle informazioni passa attraverso meccanismi di filtro collettivo dei social network che costruiscono la reputazione di chi pubblica le informazioni e delle informazioni stesse; l’appiattimento dei contenuti si manifesta sia attraverso le vecchie modalità di fruizione delle informazioni – come nel caso dei telegiornali che si assomigliano tra loro –, sia attraverso il “surfing” online che non consente una ricerca sistematica delle informazioni.

Le nostre strutture percettive si adeguano ad un apprendimento immediato dovuto a tavole interattive, all’open source, all’accessibilità a contenuti digitali, all’abbattimento dei costi della stampa digitale. Il rischio è rappresentato dal minor coinvolgimento del pensiero critico nel processo di raccolta dei dati e della loro interpretazione, in quanto l’informazione non è più un servizio accessorio ma produzione accessoria della ricchezza. Questo aspetto evidenzia la mancanza di mediatori, come nel caso di docenti e giornalisti, che possono avere un ruolo solo su piattaforme civiche e mutualistiche, dove è possibile mantenere il controllo della propria identità digitale. La crisi di legittimità dei mediatori potrebbe essere ripianata attraverso la ricostruzione di una mission che non punti più allo specialismo professionale volto garantire la titolarità a riprodurre informazioni, ma piuttosto alla creazione di ruoli ben definiti all’interno del processo di produzione dell’informazione.

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